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Le asserzioni ambientali sugli imballaggi

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Le dichiarazioni green sugli imballaggi e sui materiali vanno dimostrate, la genericità non paga, anzi: costa, fra i rischi anche e soprattutto quello di una denuncia per pubblicità ingannevole: essere accusati di questa pratica da un’associazione di utenti, un ente pubblico, un concorrente, un cliente o un fornitore genera danni in cascata più onerosi dei puri costi di ritiro del prodotto o dell’interruzione dell’azione pubblicitaria. La materia è regolamentata da una legge sovranazionale, emanata dalla CE nel 1984 e aggiornata nel 1997 (le direttive 84/450/CEE e la 97/55/CE). A fianco delle leggi che è obbligatorio rispettare, enti nazionali e sovranazionali hanno elaborato norme tecniche che, nel caso specifico, hanno introdotto un quadro di riferimento condiviso per consentire di rendere più affidabili le affermazioni relative alla compatibilità ambientale dei prodotti. Come avviene in tanti altri campi, nel caso delle asserzioni ambientali le norme tecniche di riferimento sono delle UNI EN ISO. E’ importante ricordare che le norme tecniche, tipicamente ad adesione volontaria, possono divenire disposizioni cogenti quando vengono richiamate da leggi o regolamenti.

I quattro pilastri. La prima (14020) definisce principi generali, la seconda (14024) è dedicata all’etichettatura di prodotti conformi a requisiti specifici (per esempio l’Ecolabel) verificati da un ente indipendente; la terza (14021) regola le asserzioni ambientali auto-dichiarate; la quarta (14025) dà indicazioni per il documento che si vuole associare alla vendita di prodotti e che vanta prerogative di impatto ambientale. Questa dichiarazione si basa sempre su una Life Cycle Analisys (LCA) per quella classe di prodotto ed è anch’essa un auto-dichiarazione ma in Europa si sta cercando di mettere a punto uno standard per validare il processo e il contenuto della dichiarazione. Infine, se a qualcuno venisse il sospetto che la direttiva citata e queste norme tecniche si applichino solo nei rapporti fra aziende e consumatori finali, si sbaglia: infatti non si distingue fra consumatori e persone coinvolte nel commercio e nell’industria, perché si punta non solo a tutelare gli utenti ma anche a prevenire e reprimere la concorrenza sleale. Leggi l’articolo completo su COM.PACK n. 1-2011.

Autore: Luca Maria De Nardo

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