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Plastiche biodegradabili in acquacoltura

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Durante il convegno sul Marine Litter tenuto a Ecomondo, il quinto relatore Francesco Degli Innocenti, direttore presso Novamont (sito ufficiale) di Ecologia dei Prodotti e Comunicazione Ambientale, ha avuto occasione di esporre alcune interessanti considerazioni sull’utilizzo delle plastiche biodegradabili in acquacoltura. L’ipotesi nasce ovviamente in prospettiva di una riduzione dell’inquinamento marino, di cui viene ritenuto in larga parte responsabile il sistema di recupero e riciclo dei rifiuti, giudicato insufficiente nella sua gestione.

Secondo Assobioplastiche ed European Bioplastics, infatti, la raccolta differenziata dei rifiuti è una misura essenziale per combattere l’inquinamento marino. Ogni tipo di rifiuto dovrebbe essere raccolto e recuperato in modo opportuno. Una posizione condivisa oltretutto dall’industria delle plastiche in toto.

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Le plastiche biodegradabili si rivelano da sempre molto utili per la raccolta differenziata dei rifiuti biodegradabili, comunemente indicati come “umido”. A differenza delle comuni plastiche, infatti, hanno una diversa destinazione per la raccolta, l’organico appunto, così come diversi sono il processo di riciclo ed il cosiddetto “end-of-waste”. Questo le rende perfette per il riciclo organico e l’economia circolare. Occorre però per questi prodotti rifarsi ad una classificazione dettata da standard e sistemi di certificazione.

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Lo standard EN 13432 definisce gli imballaggi differenziabili dai consumatori e denominati compostabili o “biodegradabili e compostabili”. Parallelamente, in agricoltura è ora disponibile uno standard europeo specifico (EN 17033) che definisce la biodegradabilità in suolo (ambiente differente dal compost). In modo analogo, prove di laboratorio specifiche sono attualmente in sviluppo presso l’ISO e l’ASTM.

In prospettiva della salvaguardia degli oceani, è stato quindi studiato il comportamento delle plastiche biodegradabili in ambiente marino. Sono stati sviluppati metodi di test basati sulla esperienza del Progetto Europeo “Open-Bio” e standardizzati da ASTM e ISO. L’analisi è stata condotta esponendo campioni di bioplastica a sedimenti marini, e seguendo la biodegradazione tramite la misura del metabolismo dei microrganismi marini. La biodegradazione di alcuni materiali di prova è risultata essere più alta del 90% (assoluto o relativo al materiale di riferimento) in meno di un anno.

Analizzando il risk assessment di questi interessanti risultati, è necessario però precisare come l’utilizzo delle plastiche biodegradabili non sia una soluzione totalmente priva di pericoli, dal momento che il rischio ambientale dipende dalla concentrazione dell’agente stressante (potenzialmente ogni sostanza immessa nel mare) e dal suo tempo di permanenza nell’ambiente. Pertanto, l’idea di risolvere il problema della dispersione incontrollata delle plastiche con la sostituzione con plastiche biodegradabili è infondata.

Tuttavia, la loro biodegradabilità riduce questo tempo di permanenza, e di conseguenza il rischio. Dunque il loro utilizzo per applicazioni dove il rilascio ambientale, quali l’acquacoltura (es. allevamento delle cozze) è probabile o inevitabile si rivela molto promettente.

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Autore: Luca Maria De Nardo

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