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Re: cycle

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Che senso ha, anno 2014, creare ancora dei calendari? La rappresentazione del tempo appartiene oramai ai dispositivi portatili. Il cellulare ha già convinto molti a rinunciare al misuratore da polso. La data sullo schermo del cellulare indica il giorno, e l’apertura dell’agenda mostra il mese. Se è vero che i telefoni portatili hanno scippato ai calendari la loro funzione tecnica, non sono però riusciti a sostituirli nella loro funzione culturale. Il calendario è un inconscio invito a ricordarsi che un ciclo lunare è terminato, che il rapporto fra noi stessi, gli altri, la terra e il cielo sta cambiando ancora, che qualcosa si ripete e qualcos’altro no, che apparteniamo al tempo, che ‘hora ruit’, che ‘tempus fugit’. Se accettiamo l’idea che qualcuno o qualcosa ci ricordi la ciclicità del nostro essere e del nostro esistere, continuiamo allora a cercare 12 mantra. Non parole e numeri, ma immagini: come i 12 lavori di Benedetto Antelami scolpiti 900 anni fa sul battistero di Parma, o i mesi miniati 600 anni fa dai fratelli Limbourg nelle Très Riches Heures al Museo Condè di Chantilly per il duca di Berry. Fra i pochi mantra-calendario contemporanei, si colloca quello di Inarea che, sebbene cambi di anno in anno, non cambia il suo linguaggio basato su quattro punti cardinali: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, troppo si disperde. Nell’edizione 2014 ricorre la medesima icona: la bicicletta. Ognuno può leggervi ciò che vuole: la necessità di pedalare di fronte alla voglia di ripresa, le energie sostenibili, il desiderio di riappropriarsi di cicli di vita più lenti, la ciclicità stessa della vita animata e inanimata, la necessità di riciclare e riciclarsi. Istruzioni per l’uso? Nessuna, il calendario di Inarea non va interpretato, letto o commentato, ma soltanto collocato nell’ambiente: un diffusore silenzioso di spunti di riflessione inevitabili.

 

Autore: Luca Maria De Nardo

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