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Sacchetti ortofrutta: la soglia 40% è di carbonio, non di materia prima

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Dal 1° gennaio 2018 le buste per alimenti sfusi sotto i 15 micron devono essere conformi alla 13432 ma anche avere un impronta carbonica specifica. Eco-furbi in agguato, ma le multe sono salate

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Lo scorso 2 agosto la Camera dei Deputati ha approvato la legge n. 123 di conversione del D.L. Mezzogiorno contenente anche specifiche relative ai sacchetti ultraleggeri di plastica con uno spessore della singola parete inferiore a 15 micron; si tratta di buste e sacchetti a fini di igiene o forniti come imballaggio primario per alimenti sfusi. Le specifiche sono state introdotte per disciplinare l’uso interno di borse di plastica leggere rispetto a quelle destinate all’asporto merci, le cosiddette ‘shopping bag’ utilizzate dai consumatore per trasportare la spesa fuori dai punti di vendita. Il prodotto oggetto di queste specifiche è quindi una busta di plastica, con o senza manici, per uso alimentare, che viene usata sia dal cliente sia dall’operatore del punto di vendita per confezionare alimenti sfusi quali ortofrutta, pesce, carne, pane, sostituti del pane, pasticceria, prodotti di salumeria, formaggi e gastronomia.

Le nuove caratteristiche tecnico-ambientali
Dal 1° gennaio 2018 tali sacchetti o buste con parete singola di spessore inferiore ai 15 micron dovranno sottostare ad alcuni obblighi:
– essere biodegradabili e compostabili secondo la norma UNI 13432, in pratica con le medesime caratteristiche delle buste per l’asporto merci dai punti di vendita
– contenere come minimo materia prima rinnovabile non meno del 40% secondo la norma UNI 16640; poi dal 2020 il contenuto minimo passa al 50% per arrivare al 60% dal 2021
– essere commercializzati e non ceduti a titolo gratuito; il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino o dalla fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti trasportati per il loro tramite.
Restano ovviamente gli altri obblighi, quali l’alimentarietà e le indicazioni di legge relative al produttore o all’importatore.

Falso allarmismo
Il loro costo oscilla tra 1 e 3 centesimi di euro contro 10 centesimi delle buste per l’asporto. Questo ‘aggravio’ per le tasche del consumatore ha dato l’esca ad alcuni organi di informazione per stigmatizzare l’ennesima tassa ambientale senza verificare né l’entità del presunto ‘gettito’ né i benefici prodotti dalla disposizione: si parla, infatti, in via teorica di 65 centesimi la settimana (7 buste per gli alimenti sfusi: 0,35 euro + 3 shopping bag: 0,30 euro), pari a 30 euro per nucleo famigliare di 4 persone (7,5 euro a testa l’anno!) per avere due benefici: sacchetti utilizzabili per la raccolta dell’umido e riduzione dell’impatto sull’ambiente (in qualsiasi ipotesi di smaltimento). L’unica mancanza della normativa riguarda l’obbligo di usare etichette compostabili: quelle attuali infatti non lo sono e vanno rimosse dal sacchetto prima del suo smaltimento o prima del suo riutilizzo come sacchetto per la raccolta dell’umido.

Ma c’è un problema serio
Superate queste resistenze psicologiche, in realtà la legge introduce un problema di interpretazione non di poco conto: si rischia di creare distorsioni che vanificano l’obiettivo stesso della legge e danneggiano produttori di polimeri, converter, importatori e catene distributive che si attengono al dettato normativo: infatti, la norma prevede che tale contenuto sia calcolato come rapporto tra la percentuale del carbonio di origine biologica presente nella borsa ed il carbonio totale presente nella stessa, utilizzando lo standard internazionale vigente in materia di determinazione del contenuto di carbonio a base biologica nella plastica, ovvero lo standard UNI CEN/TS 16640. Non è semplicemente un ‘contenuto di materia prima rinnovabile’, altrimenti basterebbe calcolare quanto polimero biobased sia stato immesso nell’estrusore.

Il parere di un esperto
Giovanni Salcuni, direttore commerciale di Biotec.de, società tedesca specializzata in sviluppo e produzione di bioplastiche sostenibili da risorse vegetali rinnovabili, chiarisce che non è la materia prima a dover essere pesata ma l’impronta carbonica da fonte rinnovabile contenuta nei prodotti. Cosa significa? Che se si interpreta la legge in base al senso della singola frase ‘contenere come minimo materia prima rinnovabile non inferiore al 40%’ ma non si completa la frase con il riferimento tecnico ‘secondo Norma UNI 16640’, ecco che è possibile produrre un sacchetto con un contenuto minimo di materia rinnovabile del 40% ma con un impronta carbonica da fonte rinnovabile inferiore al 40%: in pratica, un sacchetto fuori norma ma che costa di meno. Infatti, per poter avere un impronta carbonica da fonte rinnovabile almeno del 40%, il contenuto di materia prima rinnovabile deve essere superiore al 40%.

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Furbetti in arrivo
Pare che ci sia già chi si sta attrezzando per importare sacchetti dall’Estremo Oriente fortemente sospettati di non essere a norma di legge in quanto offerti a prezzi largamente al di sotto dei prezzi medi di chi li produce secondo quanto prescrive la Legge. Il sospetto è che tali sacchetti abbiano un impronta carbonica da fonte rinnovabile ben inferiore al 40% richiesto. Il rischio però è alto: da 2.500 a 100.000 euro di sanzione e l’immagine di catena inquinata da una denuncia di ‘frode in commercio’ che arriva ai consumatori-cittadini. Ne vale la pena?

Verifiche semplici
“Il sistema per capire se il nuovo sacchetto per gli alimenti sfusi e per uso interno è ok è più semplice di quanto non si creda – spiega Salcuni – E’ sufficiente verificare che vi siano il nome del produttore-importatore, la dichiarazione di conformità alimentare e la dizione ‘conforme alle norme EN 13432 e UNI 16640′. Si contattano produttore o importatore e gli si richiedono i certificati di conformità dei materiali che hanno utilizzato per produrre il sacchetto: questi devono per forza esistere e rivelano se il sacchetto è ok, se no scatta subito la sanzione, che va in proporzione anche delle migliaia di unità messe in commercio.” Se poi mancano le dichiarazione di conformità, si sequestrano direttamente perché illegali.

I quattro operatori coinvolti
In Europa si contano sulle dita di una mano i produttori di polimeri in grado di vantare una certificazione “ok biobased” che comprenda anche la conformità alla UNI 16640.
I converter che vogliono immettere sul mercato sacchetti food contact per uso interno, dal 1° gennaio 2018 devono farsi dare la doppia certificazione dal fornitore e dichiarare la sola conformità sul sacchetto.
Invece, grossisti e catene che importino direttamente sacchetti devono essere in grado di fornire la documentazione del converter relativa alla doppia certificazione. In assenza di ciò, i prodotti possono essere ritirati dal mercato.

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Attenzione ai prezzi bassi
Il rischio di una deriva dalla legge in malafede è reale – spiega Salcuni – Non sono molti i converter dotati di macchine capaci di allestire i rotolini di sacchetti per ortofrutta; se si aggiunge il maggior costo della materia prima ‘biobased e compostabile ok’, la tentazione di cedere alla lusinga di importatori senza scrupoli che cercano di sedurre col prezzo è reale e potrebbe arrivare soprattutto alle catene che puntano a prodotti di basso prezzo. Gli stessi bandi lanciati dai distributori potrebbero attirare fornitori non in grado di dare prodotti conformi.”
Il rispetto della normativa è piuttosto semplice e comunicare correttamente ai cittadini-consumatori il valore ambientale ed etico di questa scelta è un contributo di civiltà, oltre che un’operazione di marketing in chiave ambientale che ricade positivamente sull’immagine del distributore.

  • La norma di riferimento è Art. 9-bis del D.L. DEL 20 giugno 2017, n. 9 (Disposizioni urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno), convertito in legge 3 agosto 2017 n 123 (GU12 agosto 2017)
  • I guanti monouso per il prelievo degli alimenti sfusi sono stati esclusi dalla legge per due motivi: sono numericamente inferiori ai sacchetti e sono difficili da realizzare.
  • I dettaglianti alimentari su suolo pubblico (ambulanti) non sono tenuti a vendere la merce sfusa nei nuovi sacchetti perché non è contemplata l’azione di trasporto interno data la particolare natura del loro commercio.
  • I controllori del rispetto della nuova leghge sono agenti di Polizia Municipale, Nucleo Operativo Ecologico (NOE) dei Carabinieri, Guardia di Finanza.
Autore: Luca Maria De Nardo

Commenti (1)

  1. anna scrive:

    una scarpa e una ciabatta… direbbero i miei nonni. Si osservano due gravi incoerenze da tener presente : il sacchetto in questione viene pagato per ben due volte : 1 centesimo per il singolo sacchetto utilizzato e il costo dell’alimento al chilo che viene immesso all’in terno del sacchetto. Il sacchetto pesa 0.004 e va ad incidere sul costo del prodotto fresco. Quindi se devo pagare le mele a due euro al chilo, il sacchetto lo pago 2 euro/kg. E’ stato verificato in molti supermarket e non vi è la tara immessa sulle bilance. Inoltre eliminare l’etichetta del prezzo è ancora un’altra azione utopica da svolgere.
    Ci ritroviamo quindi ad occuparci dei sacchettini del prodotto fresco o da asporto che sono la minima parte e forse gli unici imballi che si gettano subito in pattumiera per continuare ad avere polistirolo, PP, PA, Alu etc etc nel packaging mondiale di alimenti e non….. La domanda che invece bisognerebbe farsi è : a chi giova tale normativa ??

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